L’umanità costruita
Intervista con Arkadi Zaides dopo la prima del suo spettacolo “Adamdam (Mud Mind)”, che gentilmente accettato di rispondere alle mie domande, nonostante la stanchezza.
Arkadi, sei soddisfatto della prima di “Adamdam”?
Si, moltissimo. Ero molto preoccupato, perché in questo lavoro ci sono stati molti “incidenti”. Abbiamo cominciato ad idearlo con la coreografa e danzatrice Sharon Zuccherman, una persona con cui ho un legame fortissimo, ma lei si è fatta male e non ha potuto continuare il lavoro… Non sapevamo cosa fare e soprattutto chi poteva sostituirla. E per fortuna abbiamo trovato Bosmat Nossan, per lei stasera è stata la prima assoluta. È una danzatrice molto giovane, ha solo ventidue anni, ma è molto brava, come si dice dalla “presa forte”. Siamo rimasti sbalorditi da lei! Ha imparato in tre - quattro settimane tutto lo spettacolo, non solo fisicamente ma anche emozionalmente.
Anche le luci oggi erano completamente nuove. Abbiamo dovuto cambiarle tutte, perché nella versione iniziale volevamo usare anche il video. Ma alla fine abbiamo deciso di non usarlo, perché non c’era la sintonia voluta. Per noi è stato molto importante e interessante lavorare con lo spazio del teatro Remondini, abbiamo cercato di adattare lo spettacolo al teatro, e viceversa. Abbiamo cambiato l’inclinazione delle americane per aumentare la profondità, abbiamo spogliato il muro del teatro facendo vedere i tubi, le luci al neon e gli interruttori, insomma tutto ciò che poteva rendere ancora di più l’idea di laboratorio.
In “Adamdam” hai affrontato il tema biblico del Golem. Quanto per te è importante appoggiarsi sul materiale drammaturgico per l’idea dei tuoi spettacoli? E quanto è attuale lo studio su una creatura senza spirito?
Per me è molto importante il materiale drammaturgico iniziale sul quale realizzo lo studio per l’opera che creo. Anche se alla fine i miei spettacoli non sono mai narrativi, sono molto astratti, una sorta di studi sul tema... Non ha importanza se gli altri riconoscono o no i personaggi o i temi che affronto, è importante sapere per me cosa c’è sotto.
Riguardo alla questione dell’attualità, nel caso di “Adamdam”… I personaggi mitologici non hanno scadenza, i miti sono autentici e vivono per sempre. Nella mitologia c’è tutto quello che ci succede e anche quello che succederà domani. Penso che oggi come non mai sia attuale il problema e la tragedia del Golem: una creatura a cui è stato dato il corpo ed è diventata viva, ma senza avere lo spirito e perciò diventa poi distruttivo e autodistruttivo. Ma il nostro lavoro non ha a che fare con il racconto o la rianimazione del Golem, anzi…
Lo spettacolo è diviso in due momenti. Il primo è la creazione del corpo, partendo dalle sue singole parti: dal cuore che sparge il sangue nei nostri muscoli, e noi ancora non sappiamo chi siamo, come un bambino che è ancora solo all’inizio del suo sviluppo. Qualcuno o la forza di qualcosa ci ha buttato in questo spazio, e questo qualcosa mette noi in moto, diventiamo dei piccoli meccanismi di una grande macchina, ma non sappiamo nulla di questa macchina. La seconda parte mi è molto cara. In questo duetto c’è qualcosa di molto semplice, universale ed eterno. Non so... Vedo tante persone che stanno insieme, ma non sono unite, vedo che le persone non sanno amare. In questo lavoro ognuno di noi programma i suoi movimenti e il suo comportamento; queste macchine si abbracciano e si accarezzano, ma non sanno sentire… È la parte emozionalmente più dolorosa per loro. Ma al contrario del Golem loro non ci distruggono: continuano la ricerca dello spirito per poter sentire.
Lo troveranno?
(ride) Senz’altro. Questo è quello che mi interessa quando lavoro con le persone.
A proposito del ruolo della ripetizione nel tuoi spettacoli: dove finisce l’umano e comincia la macchina?
È una domanda molto bella. Uso molto la ripetitività dei movimenti in questo lavoro. Quando spiegavo questo concetto dicevo: “loro hanno paura rimanere meccanismi”. Sono stati creati come le macchine, ma hanno una loro individualità. Sono i fattori esterni, qualcosa da fuori che li costringe alle ripetizioni. Ma in ogni ripetizione ci deve essere qualcosa di nuovo, di diverso: il movimento deve riempirsi sempre di più perché c’è lo spirito in grado di percepire, di sentire e di allargare i suoi confini.







